
Il 28 novembre scorso ero a teatro con gli alunni delle classi quinte della nostra Scuola. Il regista si materializza sul proscenio, fuori dal sipario, ed annuncia: “Oggi vi presenteremo un atto unico di Pirandello, “Bella vita” ed un atto unico tratto da un racconto di Antòn Cechov, “L’Orso”.
Tremo: due scrittori autorevoli, complessi, profondi … Due autori difficili … teatro classico nel senso aristotelico del termine … teatro di concetti, di idee, di riflessioni filosofiche sulla vita e sugli uomini (e donne)…Intanto la sala del Supercinema si riempie di giovani, tutti dotati di tecnologicissimi cellulari, tutti intenti a mandare frenetici SMS o a chattare su Internet (perché con quelli di nuova generazione, provvisti di connessione wireless, si chatta dovunque …).
Io penso: “Ahi noi! Non vorrei essere nei panni della troupe teatrale che sta per esibirsi …” Poi il sipario si apre e tre attori (e dico tre), di età compresa fra i cinquanta e i sessant’anni, prendono possesso della scena … Tremo ancora di più, vista l’età e il divario generazionale che, anagraficamente, esiste tra i nostri studenti (e quelli di altre scuole del Teatino) e i protagonisti dello spettacolo.
Si fa buio in sala, si accedono le luci del palco e la PAROLA (scritta così volutamente, tutta in maiuscolo) si impossessa dei giovani astanti. Si impossessa, sì, perché malgrado si parli di tradimenti matrimoniali (Pirandello) e di una vedovanza inconsolata (Cechov), due temi lontanissimi dal mondo dei ragazzi, in sala si sarebbe sentita volare una mosca, che dico? un moscerino. Gli attori non avevano microfono, parlavano a voce nuda, con le loro belle intonazioni impostate da una vita di teatro e riempivano la scena, mentre la Parola, le parole scivolavano nei cervelli dei nostri studenti e li conquistavano, li irretivano, li catturavano … Tutti in silenzio e concentratissimi. E quando quattro ragazze della prima fila hanno osato scambiare altrettante parole (forse sullo spettacolo) l’attrice (altissima, padrona della scena) si è interrotta ricordando a tutti che il teatro è “Hic et nunc”, qui ed ora, e che l’atto teatrale ha senso solo se pubblico da una parte e attori dall’altra creano un sodalizio rispettoso ed affettuoso per far passare “la Parola”. Scatta un applauso generoso: hanno capito, ci siamo capiti: e lo spettacolo va avanti sino alla fine, nel silenzio “rispettoso ed affettuoso” voluto dalla prima (ed unica) attrice.
All’uscita i ragazzi erano sorridenti e gioiosi ed ascoltavo i loro commenti: “E’ stato bello! Ho riso di gusto! Mi sono divertita! Sono davvero bravi!” Così, spontanei, naturali, come solo i giovani sanno essere. Non ho potuto non pensare, allora, ad una riflessione della scrittrice (e collega perché insegnante) Paola Mastrocola, la quale sostiene che siamo in debito con i nostri alunni di letture complesse e di testi letterari che insegnino loro a pensare, ad analizzare, a riflettere; che nutrano l’animo e lo facciano ricco.
Riconferma la sua ineccepibile valenza, attraverso i secoli e le epoche della vita dell’uomo, la “Parola”, quella con la “P” maiuscola, che resta un dono insostituibile e meraviglioso.
Roberta Dell’Elice